favorire lo sviluppo degli
insediamenti trogloditici e della civiltà rupestre. L’insediamento accentrato è anche caratteristico
della penisola salentina, dove si svolge in una miriade di
minuscoli ed uniformi paesi, fittamente collegati tra loro.
Le prime testimonianze del
popolamento risalgono al paleolitico: celebri sono i
ritrovamenti avvenuti nelle grotte della Zinzulusa,
Romanelli e del Cavallo e le statuette muliebri
in osso raccolte a Paràbita, nella grotta che prese perciò
il nome di Grotta delle Veneri. Al neolitico risale
invece la grotta-santuario di Porto Badisco, con le
pitture parietali raffiguranti scene di caccia e complessi
simboli geometrici umani, solari, espressione di un mondo
spirituale tutt’altro che elementare.
Al II Millennio a.C. risale
poi una civiltà di cacciatori-pescatori di probabile
provenienza egea, marcatamente ipogeica e sviluppata con un
ampio spettro cronologico per tutta la Terra d’Otranto
interessata dal fenomeno delle gravine. Ma è dall’età dei
metalli che si forma l’ossatura insediativa di Terra
d’Otranto. Si afferma il fenomeno dei dolmen e dei
menhir, e alla nascita delle città dà impulso
determinante l’arrivo degli Iapigi, che in questa
parte della regione verranno chiamati in seguito Messapi
(che equivale a «genti situate fra due mari»). Il loro
stanziamento giunge ad ovest fino al Bràdano e a nord alla
linea Taranto-Brindisi, che perciò ha assunto il nome di
«soglia messapica». L’impianto urbano messapico si
caratterizza per le forti mura che cingono l’abitato (nelle
mura megalitiche di Manduria se ne può ravvisare l’immagine
più potente). Un contributo fondamentale alla storia del
popolamento e dell’urbanesimo antico è dato da Taranto,
che alla fine dell’VIII secolo a.C. fu conquistata dai
Greci e sviluppò un’attiva influenza politica e
culturale su gran parte della regione. L’influenza greca
sull’antica Terra d’Otranto è comunque più vasta di quanto
non sia in Terra di Bari ed in Capitanata. Le sconfitte
privarono Taranto dell’egemonia sulle popolazioni indigene
della Puglia meridionale e aprirono la strada alla
penetrazione politica e culturale di Roma, che tentò
di cancellare i ricordi della cultura greca, riuscendovi
soltanto in parte. Il bilancio della romanizzazione non fu
completamente positivo. Molti centri messapici dell’interno
salentino scomparvero; i centri portuali subirono un deciso
processo di militarizzazione. In età imperiale le
trasformazioni sono molto evidenti: ad una espansione delle
città corrisponde una riduzione dei centri rurali, dove si
attesta il latifondo e si diffondono la pastorizia e
l’allevamento. L’autonomia delle città, in età repubblicana
denominate municipia, viene ridotta con la
burocratizzazione della province.
La favorevole situazione
geografica di Terra d’Otranto, protesa come un ponte
naturale verso l’Oriente, andava gradualmente
trasformandosi, nella generale caduta di potenza
dell’Occidente mediterraneo, in condizione negativa. Sicché,
esposta alle peggiori conseguenze dei fatti d’armi per la
presenza di vitali porti militari, subì danni nel corso
della guerra greco-gotica. Il collasso amministrativo
e istituzionale, insieme alla generale apprensione per la
sicurezza, spinsero al ritorno alle scelte insediative
rupestri. In Terra d’Otranto, il fenomeno si presenta con
un’intensità davvero imponente e con continuità singolare,
giungendo fino al XV secolo. L’espansione longobarda
interessò la Puglia meridionale fino ad un limite ben noto
(comunque situato a nord di Gallipoli e a sud di Oria),
oltre il quale continuò ad essere bizantino il ducato di
Otranto, con riflessi nella storia linguistica e culturale
evidenti a tutt’oggi nei centri della Grecìa Salentina, dove
ancora si parla il GRIKO.
Nella prima
metà del IX secolo, si intensificarono le incursioni arabe.
A Taranto viene fondato nell’840 un emirato, attivo per un
quarantennio, mentre Bizantini, Franchi e
Longobardi, tentano di limitarne la potenza e di
impadronirsi del territorio. Alla fine del secolo prevalgono
i Bizantini, il cui dominio rimane stabile per quasi due
secoli, durante i quali ha modo di rafforzarsi la cultura
greca nella penisola salentina. L’avvento e la conquista dei
Normanni pose le basi per la formazione della contea
di Lecce e del principato di Taranto, che mantennero massimo
prestigio anche durante i successivi domini, ma
l’instaurarsi del feudalesimo accese tristi ipoteche sullo
sviluppo futuro e ben oltre il XIII secolo rimase aperta la
frattura culturale e linguistica della Puglia meridionale.
Otranto, Taranto, Brindisi, Gallipoli furono porti
attivi in tutto il periodo medioevale, ma la crescita della
potenza turca nel Mediterraneo ed il ritorno offensivo della
pirateria dalla metà del XV secolo, ne determinarono la
stasi commerciale, la fortificazione e la militarizzazione:
iniziative che non sempre impedirono tragici eventi come
quelli di Castro (1537 e 1575) o, più noto, quello di
Otranto (1480). La grande catena di torri costiere
quattrocentesche e cinquecentesche è un’ulteriore memoria di
queste difficili circostanze. Dei problemi della costa
sembra risentire meno l’interno salentino, dove Lecce
diviene la città più grande, ricca e culturalmente attiva di
Terra d’Otranto.
Dopo la devoluzione alla
corona (1463) del principato di Taranto, i cui detentori, i
Del Balzo e gli Orsini, avevano sviluppato
l’illustre tradizione culturale dell’umanesimo idruntino,
si assiste in Terra d’Otranto alla formazione di una
galassia di piccoli e piccolissimi feudi detenuti da un
baronaggio residente ostile all’autorità regia, povero,
indebitato e rapace. In età spagnola, la Terra
d’Otranto, si collocava ai margini della crescita
demografica pugliese ed affrontava la crisi della metà del
Seicento in condizioni di svantaggio. Un dato impressionante
è la perdita, fra il 1620 ed il 1630, di oltre un terzo
della popolazione di Lecce. Alla crisi demografica, alle
difficoltà economiche ed alla stridente disparità sociale
finisce per corrispondere, quasi per arroccamento in
aristocratiche tradizioni classicistiche e per esibizione di
splendori più di facciata che di sostanza, una straordinaria
crescita intellettuale ed artistica che mostra le sue
sorprendenti scenografie nello speciale ed unico barocco
leccese. Il Settecento vide in parte rianimarsi il commercio
e l’economia generale della provincia, con le
esportazioni d’olio da Gallipoli, ma permasero nel
sistema feudale forti elementi di pesantezza. Alla fine del
secolo, i tre quarti della popolazione viveva in piccoli
casali e borghi feudali.
Nella prima metà del XIX
secolo, di un notevole sviluppo agricolo si giovò la Murgia
del Trulli. Nel resto della provincia predominava l’oliveto
e nella parte centromeridionale la cerealicoltura aveva rese
decisamente minori di quelle medie pugliesi. Nel nord della
provincia, ove la popolazione ebbe una ripresa numerica, i
centri importanti (Taranto, Brindisi) tornavano ad
espandersi per motivi prevalentemente militari ed
amministrativi. Ma il Salento non sfuggiva ancora alla
marginalizzazione e nell’estrema penisola, nonostante
l’eversione della feudalità, rimanevano pesanti inerzie
baronali.
Il XX secolo ha visto:
l’industrializzazione, precoce a Taranto per motivi militari
(Arsenale 1883, Centri Tosi, Italsider); lo slancio di
Brindisi – stazione terminale della valigia delle Indie fra
il 1870 ed il 1914 – che allestiva nuove efficienti
attrezzature portuali rianimando movimenti commerciali;
l’attestarsi di Lecce quale città di cultura, con
l’Università ed altre istituzioni.
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